ATTRAVERSO ….senza lasciare tracce – 09 AGOSTO 2016 Val D’Ultimo

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Non ero mai stato in questa Valle e nemmeno ero mai arrivato a Santa Gertrude. Mentre il paese sembra un po’ fiabesco, con le case che appaiono disegnate in una cornice di conifere e cielo, la natura ti assale con la sua bellezza selvaggia e cruda, i costoni sono erti fino alla vetta, i larici millenari, i colori sono intensi e profondi ed anche la brezza estiva sembra gelida.

Così fin dall’inizio è facile che una gita, un itinerario, possa stremarti e farti fuggire, oppure al contrario ammaliarti e riservarti inaspettati scenari. E quest’ultimo è quello che è successo a me dopo aver perso il bivio per il sentiero 107 ed aver continuato sul 109 inerpicandomi per un sentiero più vicino ad una scala verticale che a un camminamento, lungo e stancante, finché lievi sprazzi di cielo non si sono fatti spazio fra gli abeti facendomi intendere che stava per iniziare lo spettacolo vero. In quel momento mi trovavo in luogo completamente fuori rotta rispetto alla mia meta, un crinale che conduce alla cima Nagelstein, ma dal quel punto potevo godere di tutta la maestosità della valle, selvaggia, autentica e solitaria come avrei ben presto scoperto, e sebbene intuissi che la giornata sarebbe stata cupa e pesante avevo l’impressione di godere di un privilegio.

Nel lungo spostamento che ne è seguito sui sentieri 101, 104 e 107, per poter raggiungere il sentiero n°12, in effetti non ho incontrato nessuno, ero solo, camminavo pensando al rifugio sotto ad un cielo coperto che minacciava pioggia con soventi raffiche di vento freddo e pungente, ma allo stesso tempo prestavo grande attenzione ai segnali rossi e bianchi dipinti sui massi o sui tronchi, perché per la prima volta ho avvertito un certo senso di solitudine, una sensazione non intesa come emarginazione ma piuttosto come grandezza, immensità della natura, con il dubbio, in mezzo ad una nebbiolina che si faceva sempre più fitta, di non riuscire ad arrivare di non trovare la strada. Fatto sta che solo pochi minuti dopo, un piccolo branco di cavalli avelignesi al pascolo ha cambiato radicalmente il mio stato d’animo, quegli animali così pacifici, belli ed eleganti mi hanno ritornato un senso di civiltà, di governo. Non mi sentivo più solo e tutto intorno a me sembrava più caldo, vivo e ospitale, anche l’intera vallata che quella mattina mi era apparsa così grande e selvaggia ora la vedevo adeguata!

Di li, con nuovo vigore sono salito per il ghiaione che porta al passo Kirchbergjoch a 2740m, quindi la discesa sul versante della Kirchbergtal e l’arrivo al Lago Corvo e subito dopo al rifugio dove mi sono ripreso con una polenta e spezzatino da urlo, tanto da pensare che se i rifugi avessero le stelle Michelin quel semplice piatto avrebbe potuto essere qualificato come: Vale il viaggio!!!

Dal rifugio, sotto acquazzoni e squarci di sole, fra un volo rubato, un atterraggio al cardiopalma a Pracorno in pieno “effetto Venturi” e 20 km a piedi, sono giunto a Ossana verso le 19,30.

Il giorno seguente è stato forse uno dei giorni più pesanti di tutto il viaggio, da Ossana ho camminato fino al Tonale, li sono salito al Monte Serodine e sono decollato verso le 13,00 ma ho avuto subito l’impressine che l’aria fosse troppo movimentata e con grande difficoltà ho continuato fino a Vezza d’Oglio dove l’impressione avuta poco prima si è manifestata violentemente con forti raffiche di fhon che mi schiacciavano a terra; quindi con una manovra di discesa rapida sono riuscito ad atterrare appena in tempo prima che questa fase di vento catabatico arrivasse decisa, come solo pochi minuti piu tardi, ho potuto constatare con raffiche da nord che raggiungevano i 30km/h. Da Vezza d’Oglio quello stesso giorno ho continuato fino a Tresenda passando per Edolo e per il passo della Aprica.

A Tresenda l’ora tarda mi ha indotto a bivaccare in stazione dei Treni. Il giorno seguente sono salito a Prato Valentino ed ho proseguito fino a giungere alla mulattiera per il passo del Méden. Si tratta di un tracciato militare, che porta ad uno dei più agevoli valichi di confine fra il territorio italiano ed elvetico. La costruzione di questa bella e panoramica mulattiera si inserì nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna durante la Prima Guerra Mondiale perché diffidava della neutralità elvetica e temeva che la Valle di Poschiavo potesse essere utilizzata dall’esercito Austro-Ungarico per invadere la media Valtellina, tagliando fuori la linea del fronte Stelvio-Ortles-Cevedale e dilagando nel milanese. Fortunatamente così non accadde, ed ora di quel periodo restano i numerosi e comodi tracciati. Sono decollato ad oltre 2200m ed il volo di quel giorno è stato uno dei più intensi di tutto il viaggio, le condizioni erano forti e turbolente ma ho potuto raggiungere facilmente i 3000 m di quota e volare in direzione ovest verso il lago di Como, fino a Morbegno dove purtroppo una scelta, forse troppo prudente, mi ha costretto ad atterrare. Quindi di li ho proseguito nuovamente a piedi fino a Gera Lario ed ho bivaccato, questa volta invece, in un meraviglioso prato ai piedi del Lago di Como.